Per
Antonio la passione per il lavoro si manifesta in questi anni: "mio
padre - racconta - mi metteva a fare i compiti accanto a lui sul tavolo
mentre lavorava la farina con un operaio. Io lo guardavo manipolare
la pasta e imparavo, ho sempre saputo rubare il mestiere".
D'altro
canto, la sapienza della lavorazione del pane era ed è tuttora
difficilmente trasmissibile se non attraverso un lento apprendistato
e lo sviluppo di sensibilità empiriche che non potevano essere
convalidate dal continuo ricorso ad analisi chimiche: occorreva maturare
una sensibilità artigianale per capire qual era la forza della
farina e dell'impasto, intuire al tocco se era marcia, o se era pronta
e quale poteva essere l'impiego migliore.
Nel 1932, alla morte di Giorgio, la moglie Elvira divenne intestataria
della licenza e continuò l'attività insieme ai quattro
figli: Camilla, Peppino, Antonio e Gianni. Di lì a qualche
anno si presentò la possibilità di un ampliamento dell'attività
essendosi reso disponibile un negozio con annesso appartamento all'angolo
tra le vie San Vittore e Carducci, una delle zone più ricche
della città. Lasciato il panificio di corso San Gottardo alla
sola Camilla, il resto della famiglia vi si trasferì sviluppando
accanto al negozio di panetteria anche il laboratorio di pasticceria.
Furono
anni che Antonio ricorda di intensa attività: i locali erano
ampi e dotati di moderni macchinari, tra i quali un forno non più
a legna, ma a vapore, e un grande laboratorio di pasticceria.
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Vi
lavoravano una commessa, tre operai, due garzoni che consegnavano
quotidianamente a domicilio il pane a circa 200 clienti fissi, un
pasticcere molto bravo che veniva tre volte alla settimana per predisporre
i preparati per la cottura della biscotteria e della pasticceria.
Nel negozio Antonio iniziò come garzone l'apprendistato di
panettiere mentre Giuseppe, più avanti negli anni, affiancava
la madre nella gestione. Il rapporto con fasce di popolazione a più
alto reddito determinò l'ampliamento del ventaglio delle produzioni
e una maggiore attenzione all'innovazione tecnologica.La tradizione
milanese, a ben vedere, presentava un ristretto ventaglio di prodotti:
c'era la michetta (o rosetta) che costituiva il prodotto più
diffuso cui si accompagnavano i pani morbidi come le modenesi, le
pariginette o il pane francese in bastoni. Per
le farine si usava il tipo uno e il tipo zero; per i prodotti più
raffinati, alcuni usavano anche la farina doppio zero. Con l'apertura
del negozio in via Carducci, i Gelmini cominciarono a produrre la
focaccia che i ceti medio alti della città avevano conosciuto
nelle vacanze sulla Riviera ligure mentre il prestigio che in quegli
ambienti riscuoteva la cucina piemontese portò all'introduzione
del biove e dei grissini torinesi. Venne fatto arrivare un operaio
specializzato da Torino per la produzione dei grissini che venivano
stirati uno per uno sulla farina di riso e poi adagiati sullo spadino
(asse di legno di faggio leggero molto più sottile delle normali
assi usate per infornare il pane). |