Dai
ricordi d'infanzia delle frequenti visite che la bambina faceva alla
nonna in negozio emergono le fotografie con dedica che le cantanti
donavano alla nonna e rimanevano appese come trofei alle pareti dei
camerini dove le clienti provavano gli indumenti.
L'attività dei due punti vendita era alimentata da una produzione
diretta che avveniva in un laboratorio dove arrivarono a lavorare
da 20 a 30 persone. Questa mescolanza tra produzione e commercio rappresenta
una costante dell'esperienza imprenditoriale della famiglia tanto
da generare - come vedremo nel corso del racconto - problemi anche
di identità imprenditoriale. Ancora oggi, narra la nipote,
qualche nostra affezionatissima cliente ricorda di aver avuto realizzato
l'intero corredo dal negozio e ciò a riprova di una dimensione
produttiva di tutto rispetto. D'altro lato, osserva ancora, imprese
come Perla e Parah hanno conosciuto un percorso analogo al nostro,
essendo
nate dall'esperienza di imprenditrici che hanno poi saputo confrontarsi
con le problematiche dell'aumento delle dimensioni d'impresa.
Gli anni precedenti la Seconda guerra mondiale furono anche gli anni
dell'inserimento dei due figli nella ditta materna: Giulio seguì
la madre in via Santa Margherita mentre Ferdinando era in corso Buenos
Aires. Negli anni del conflitto accadde anche che questo secondo negozio
facesse da copertura alle attività della Resistenza e un articolo
sulla Domenica del maggio '45 - uno dei tanti fogli precari spuntati
per incanto dopo tanti anni di silenzio - racconta come "lettere,
buste, ordini e corrieri, venissero nascosti sotto il cassetto del
denaro".
Il 1945 fu anche
l'anno in cui Ferdinando sposò Anna Dehò che si inserì
subito nell'attività di corso Buenos Aires divenendo presto
un punto
di riferimento per la clientela cui si dedicava direttamente lasciando
al marito la gestione amministrativa.
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Dal matrimonio nacquero presto "Deda" Virginia e Giulio.
Anche il fratello di Ferdinando, Giulio, si era sposato e ne era nato
Dario.
Finita la guerra, l'attività era ripresa con intensità
ancora maggiore e la nonna operava con efficacia coltivando anche
relazioni di una certa importanza. Una
fotografia del 1947 la ritrae a Lisbona in compagnia di Virginia Barilla
(mamma dell'imprenditore Pietro) che fece da madrina al battesimo
della nipotina "Deda" trasmettendole appunto il secondo
nome.
Gli anni
'60 rappresentarono sia per la famiglia che per l'attività
un forte momento di trasformazione. Innanzitutto nel 1959 era venuto
improvvisamente a mancare Giulio mentre l'avanzare degli anni cominciava
a farsi sentire anche per la nonna. Nel
1966 Teresa Corti si risolse a cedere la ditta a Ferdinando e alla
moglie Anna che le subentrarono nella gestione dei due negozi costituendo
una società di fatto.
Un
secondo radicale mutamento intervenne nel 1968 quando la Banca Popolare
di Novara ristrutturò l'intero stabile d'angolo tra via Manzoni
e via Santa Margherita e ciò significò lo sfratto.In
corso Europa Ferdinando individuò dei locali adeguati e Margherita
(o Casa Margherita, come venne rinominata per un certo periodo) vi
si trasferì. Il nuovo negozio venne arredato dalla Tecno che
vi realizzò un progetto architettonico di rilievo come è
testimoniato da un articolo che la rivista specializzata di architettura
L'ottagono volle dedicarvi. Corso Europa non poteva certo vantare
la centralità mondana di via Santa Margherita, era anzi un
sito un po' defilato rispetto ai principali percorsi commerciali cittadini;
le più ampie dimensioni consentirono, tuttavia, di superare
finalmente i vincoli posti dal negozio precedente e di dare spazio
al magazzino e all'attività del laboratorio che occupava 25
persone circa, cui ne andavano aggiunte altre 4 o 5 al bancone.
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