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Viale Monza, famiglia Rutigliano
Il ristorante di Mamma Lina
Unione del commercio, del turismo e dei servizi della provincia di Milano
La vicenda del ristorante Mamma Lina narrata da Carmela Rutigliano è una storia di emigrazione dal Meridione, una apparentemente uguale alle tante che hanno reso grande la Milano d’oggi se non fosse per alcune particolarità dell’avvio che ne fanno una storia alla rovescia. Il racconto di Carmela Rutigliano, una dei cinque figli di Lina e Domenico, prende le mosse dal 24 ottobre 1965 quando, proveniente da Trani dove gestiva un ristorante, la famiglia Rutigliano giunse a Milano.
Lo spostamento al Nord non fu determinato dalla ricerca di un lavoro bensì dall’esigenza di un mutamento d’ambiente. A Trani, d’altro lato, la famiglia era ben inserita e godeva di una situazione economica privilegiata, tanto che i cinque figli - Aldo, Cinzia, Cosimo, Renata e Carmela - potevano permettersi di recarsi a scuola con l’autista.
L’arrivo a Milano – Carmela che ce lo racconta era allora bambina - non fu dei più semplici. L’edificio di viale Monza, dove ancora oggi è situato il ristorante, era una cà de ringhera con annesso un locale-trattoria che nel lontano passato costituiva la posta per il cambio dei cavalli sullo stradale di Monza. La casa ospitava un gruppo di famiglie milanesi strettamente imparentate tra loro e l’accoglienza nei confronti dei nuovi arrivati non fu calorosa. Già la proprietaria del locale aveva preteso il pagamento in contanti della licenza –
il sospetto di inaffidabilità fu un colpo molto duro per l’orgoglio di papà Domenico - e ciò aveva ridotto le disponibilità della famiglia.
Il cemento parentale e politico (le famiglie residenti avevano aderito attivamente alla Resistenza, cosa d’altro canto frequente nelle aree della cintura operaia a nord di Milano) alimentava un forte meccanismo di esclusione che rendeva difficili i contatti anche tra bambini nei giochi di cortile.
Se a ciò si aggiunge la scoperta dei disagi tipici di una casa di ringhiera con i servizi in comune postiall’esterno dell’appartamento (“anche i servizi alla turca furono una conoscenza strana per noi che a Trani avevamo il bagno in casa e l’acqua calda”), il trasferimento coincideva con un forte abbassamento del tenore e della qualità della vita.
Anche l’attività di ristorazione era poi qualcosa di molto diverso dal servizio che essi erano abituati a organizzare in Puglia. Viale Monza correva allora in aperta campagna circondata da grandi fabbriche quali la Breda e la Juker. L’insediamento abitativo era rado anche se l’apertura della metropolitana avvenuta proprio in quei giorni creava le premesse per un’intensa urbanizzazione. Il locale acquistato dai Rutigliano era - per ironia della sorte - un trani, cioè un’osteria frequentata da operai che si recavano a lavorare in fabbrica.
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