Alle
quattro del mattino, l'orario di apertura dell'esercizio, arrivavano
i primi per accendere i motori degli impianti: consegnavano le loro
schiscette (gavette) contrassegnate da sigle o colori, e i gestori
dovevano tenerle a bagnomaria.
Consumavano
bevande che costituivano quasi un identificativo sociologico della
categoria rispettando una sequenza fortemente ritualizzata: entrando
dall'esterno, una bevanda decisa che consentisse di riscaldarsi (la
grappa, il grigioverde cioè la grappa alla menta, la grappa
mandorlata, la sambuca, l'anice); seguiva il calicino o il marsala
all'uovo; il caffè segnava la conclusione delle conversazioni
con i compagni e l'entrata in fabbrica. Qualche ora dopo, il rito
si ripeteva con dimensioni amplificate quando arrivavano gli operai
del turno. A mezzogiorno, al fischio delle sirene, gli operai entravano
nel locale, ritiravano le schiscette calde e consumavano il pasto
pagando soltanto il pane e il quartino di vino.
Mancavano dunque le condizioni esterne perché potesse svilupparsi
una vera attività di ristorazione ("quando arrivammo chi
ci vendette il locale ci disse che non dovevamo preparare nulla perché
il lavoro consisteva nel tenere in caldo le schiscette degli operai")
e a ciò si sommava un'accentuata difficoltà a comprendere
il dialetto e i meccanismi alimentari del nuovo ambiente.
Innanzitutto
non esisteva consuetudine al consumo di piatti regionali che non fossero
quelli locali o della cucina toscana; ogni altra proposta veniva accolta
con diffidenza. Una volta, per esempio, mamma Lina si permise di offrire
degli spaghetti con le cime di rapa a un cliente e questi si risentì
affermando che al Nord questo tipo di verdure veniva dato ai maiali:
inibiti da una tale reazione, i Rutigliano persero per un certo periodo
il coraggio di offrire i propri piatti.
Uno degli elementi che consentì di sbloccare la situazione di stallo
fu l'intuizione avuta da papà Domenico di offrire la pizza a legna:
|
fece
costruire un forno di mattoni, uno tra i primi a Milano, e il successo
fu immediato, anche se qui vigeva l'abitudine di mangiare la pizza
preparata nella teglia ("per noi non era pizza, ma focaccia").
Invero, qualche diffidenza permaneva sull'igienicità del procedimento
e la si poteva scorgere nell'apprensione con la quale taluni clienti
seguivano la cottura sui mattoni.
Con l'inizio degli anni '70, dunque, la situazione iniziò a
cambiare. Innanzitutto un maggior benessere determinò una trasformazione
delle abitudini alimentari degli operai: portavano sempre con sé
la schiscetta, ma integravano ora il pasto con un secondo o un formaggio. Secondariamente,
la decisione presa già verso la fine degli anni '60 di portare
il menù a 35 lire, tutto compreso - i valori medi dei ristoranti
intorno erano più bassi - consentì di trasformare lentamente
la clientela di riferimento arricchendola di impiegati. Lentamente,
i Rutigliano tornarono alla preparazione del cibo.
Il problema della distanza delle culture alimentari rimaneva tuttavia
irrisolto e si manifestava nella difficoltà di far accettare
alcuni prodotti di base quali l'olio pugliese o il pane.Nei primi
anni il ristorante servì unicamente le michette dato che il
pane che arrivava dalla Puglia non era apprezzato. Solo con l'introduzione
della bruschetta, si riuscì a far breccia nel muro di diffidenza,
ma si trattava di una battaglia continua che richiedeva al tempo stesso
abilità e fantasia. Far accettare piatti tradizionali quali
le orecchiette con la rucola (un'erba ignorata dalla tradizione gastronomica
locale che i Rutigliano raccoglievano nei campi circostanti) o la
carne appena macellata, era una costante battaglia dove le vittorie
si misuravano in piccoli passi. Inoltre, ogni volta che si proponeva
a un cliente un piatto regionale, occorreva mettere in conto un buon
quarto d'ora per tranquillizzarlo sul fatto che il cibo non fosse
piccante o bisunto. Dopo una faticosa opera di convincimento - paradossalmente
rivolta a persone che usavano il burro e apprezzavano la casseula
- assaporavano finalmente i piatti della cucina pugliese e il muro
cadeva. |