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INTRODUZIONE

La ricerca dello stile nelle città uscite dalla guerra s’intreccia, spesso, a un'utopia del moderno che significa - anche - luce per tutti, rapidità di funzionamenti, applicazione radicale dell'ormai diffusa idea della delittuosità degli ornamenti.
Tali caratteri si manifestano esplicitamente in fabbriche e stabilimenti industriali, oltre che in architetture più indirettamente legate allo produzione come strutture di servizio, palazzi per uffici, quartieri per l'alloggiamento della manodopera.
Su scale diverse, Milano e Berlino, accomunate da una lunga e consolidata tradizione di città industriali, esemplificano due possibilità di sviluppo d'uno stile il cui punto d'arrivo non è dissimile: anche perché la nozione di moderno è tendenzialmente internazionale, benché nell'uno come nell'altro contesto resistano o riemergano memorie legate ai caratteri specifici del luogo e della sua tradizione costruttiva. Il confronto nasce da ricerche e campagne fotografiche avviate parallelamente nelle due città.
I fili di connessione tra le due realtà, quanto a definizione d'un sistema di forme idealmente moderno, appaiono numerosi, talvolta più espliciti, talvolta più nascosti, comunque caratterizzati da non pochi scambi e figure da riconsiderare: come l'architetto Enrico Griffini, che nel quartiere alla Fontana interpreta secondo un razionalismo di fondo, saldamente acquisito anche da modelli tedeschi, suggestioni formali dell'espressionismo; o quell'architetto Otto Salvisberg che nel 1928 progettava lo rimessa tramviaria di Charlottenburg e lo stabilimento cinematografico Geyer e, una decina d'anni più tardi, disegnava i rigorosi equilibri geometrici - oggi deplorevolmente alterati - dello stabilimento Roche di Milano.

Antonello Negri

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