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Germano Maifreda
Governo e rappresentanza degli interessi.
Angelo Villa Pernice (1827-1892)

Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2001
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La nascita dello stato unitario e l'affermazione dello "spirito di associazione" imprenditoriale, oltre che filantropico e ricreativo, che anche nel nostro paese contrassegnò l'ascesa del ceto borghese a élite dirigente nazionale posero agli uomini nuovi della scena politica ed economica italiana il problema dell'organizzazione e della perpetuazione della rappresentanza degli interessi. All'interno del Parlamento e delle istituzioni locali, nei consigli di amministrazione e nei comitati direttivi di importanti realtà culturali e assistenziali si formò gradualmente un tessuto di rappresentanti pressoché professionisti, la cui selezione avveniva attraverso una severa ma sottaciuta attribuzione di legittimità sociale e per cui l'esercizio quotidiano della delega rappresentava un impegno quasi esclusivo. Lo scambio continuo di competenze e informazioni che avveniva attraverso le istituzioni collegiali, oltre a costituire un potente strumento di riconoscimento e identificazione, si rivelò una delle fonti più importanti di crescita identitaria e culturale per quella borghesia dell'industria, dei commerci e delle professioni che con l'avanzare dell'Ottocento andava faticosamente elaborando confini di ceto e valori propri.
La figura del milanese Angelo Villa Pernice, deputato moderato negli anni di governo della Destra storica, presidente della Camera di commercio di Milano tra 1868 e 1876, del Cotonificio Cantoni e membro attivo di numerose altre associazioni, rappresenta un caso paradigmatico di "professionista della rappresentanza", attraverso il quale è possibile cogliere con precisione il faticoso processo di consolidamento di una reputazione solo in prima battuta imprenditoriale, ma più decisivamente politica e culturale. Così, il portato autenticamente schumpeteriano dell'esistenza di questo industriale è identificabile nel continuo sforzo di gestione e riequilibrio delle due facce dell'impegno rappresentativo che il giurista tedesco Gerhard Leibholz compendiò nel binomio rappresentanza/rappresentazione, il primo termine richiamando il classico "agire in nome e per conto di", sulla base di un mandato più o meno limitato, e il secondo l'attività dell'attore che dà vita a un personaggio da lui distinto, ma esistente solo in virtù della sua mediazione.